JOHN HANSEN, LA GAZZELLA DANESE


Nell'autunno del 1948, la maglia numero 10 della Juventus viene vestita, per la prima volta, da un calciatore stranieroÈ il danese John Hansen, attaccante fortemente voluto dal giovane Gianni Agnelli, rimasto stregato dai quattro gol rifilati dallo stesso Hansen all’Italia durante i Giochi Olimpici di quell'anno. 

Hansen arriva a Torino a 24 anni e viene prelevato dal BK Frem di Copenaghen, squadra impegnata nell’ancora non professionistico Campionato danese, ma ricco di giovani talenti desiderosi di mettersi alla prova su palcoscenici ben più importanti. Nonostante il livello non eccelso del calcio scandinavo, il giocatore ha già alle spalle una discreta fama di goleador, grazie alla vittoria di uno scudetto in patria e, soprattutto, alle 81 reti realizzati in 86 presenze

Prima di vestire la maglia bianconera, Hansen è al centro di un vero e proprio duello di mercato tra Juventus e Torino, entrambe decise a portarlo in Italia. Proprio quando il suo destino sembrava indirizzato verso i granata, la dirigenza bianconera piazza il colpo a sorpresa e riesce a strapparlo, in extremis, agli imbattibili cugini, anche per la volontà del calciatore, deciso a vestire la maglia della juventina: «Optai per la Juventus e il giovedì 18 novembre 1948 firmai un contratto triennale per la società italiana, rappresentata dal signor Secondo Artino, segretario amministrativo e delegato del club». 

Il debutto in maglia bianconera di John Hansen avviene tre giorni più tardi, il 21 novembre, in Juventus–Bari 1-0, match in cui il danese trova molte difficoltà: «Conoscevo appena il colore della mia nuova maglia, non conoscevo i compagni, e scendendo in campo, trovavo strano schierarmi a salutare il pubblico: dovevo abituarmi, ero ormai professionista. Fui felice a fine partita per la vittoria, ma non per il mio esordio difficile per molteplici ragioni, fondo campo duro, clima, ambientamento, e infine perché era il mio primo match da professionista». 



Nonostante le difficoltà, Hansen mette, comunque, lo zampino nel gol decisivo di Muccinelli, come ci racconta Paolo Bertoldi sulle pagine de “La Stampa”: «L’azione era partita da Hansen che aveva allungato a Boniperti: il centrattacco, dopo aver stoppato col petto, era stato lesto a girare la palla verso la porta. Muccinelli si era precipitato in avanti, giungendo giusto in tempo a precedere l’uscita di Moro e a infilare la sfera a segno, a fil di traversa». 

Grazie al suo talento e alla sua straordinaria professionalità, Hansen non ci mette molto a entrare nei meccanismi della squadra allenata da William Chalmers e appena un mese più tardi mette a segno il suo primo gol in maglia bianconera, decisivo per la vittoria della Juventus sul campo della Pro Patria, il 12 dicembre 1948

Come ci racconta Luigi Cavallero su “La Stampa”, l’azione della rete comincia con Boniperti che si destreggia «a due terzi di campo per impadronirsi della palla e dare poi il via a Muccinelli che fuggì al centro: c’era ressa di uomini delle due parti avanti a Visco e, tra gli altri, Locatelli, che smistò sulla sinistra, dove era appostato Hansen. Il passaggio risultò, per il danese, un vero e proprio invito a scoccare uno dei formidabili tiri per cui va famoso e la sfera filò diagonalmente in porta senza che l’estremo difensore dei biancoblu potesse opporvisi in qualche modo». 

Seppur frenato dai normali tempi di ambientamento, al termine della stagione  Hansen si laurea capocannoniere della squadra con 15 reti in 24 presenze, a pari merito con Boniperti. Tuttavia, la gioia dell’attaccante dura poco, perché il 4 maggio del 1949 una terribile tragedia scuote il calcio italiano. L’aereo con a bordo il Torino, di ritorno da Lisbona, si schianta contro il terrapieno posteriore della Basilica di Superga e tutti i passeggeri a bordo perdono la vita. Hansen è uno dei primi ad arrivare sul luogo del disastro ed è anche uno dei più sconvolti, perché è consapevole di essere scampato alla morte, visto che pochi mesi prima era stato a un passo dal trasferirsi in maglia granata. 

Anni più tardi, il danese ha raccontato così quel terribile giorno: «Fui fra i primi ad accorrere a Superga, dove un uomo, bianco in volto, con capelli grigi, con le lacrime agli occhi, stava ritto in mezzo ai cadaveri. Era Mr. Pozzo, che lacrimante diceva: “I miei ragazzi, i miei ragazzi…”. Così ho rivisto per l’ultima volta chi era stato il mio cavalleresco avversario: Mazzola, Ballarin, Gabetto, Ossola, con i quali ero solito consumare i pasti da Mamma Gina».

La seconda stagione con la Juventus è quella che consacra l’immenso talento di John Hansen, protagonista della vittoria dello scudetto numero 8. Il danese, infatti, segna ben 28 reti in 37 partite e risulta decisivo già alla prima giornata di Campionato, quando realizza una tripletta nel 5-2 con cui la Juventus sconfigge la Fiorentina. A raccontarci l’impresa di Hansen, è Vittorio Pozzo che descrive così le tre reti su “La Stampa”: «Dalla distanza di una quarantina di metri, Martino trova il compagno con un passaggio così preciso, che al danese non resta che da tirare e segnare. Quattro minuti dopo, ancora l’italo-argentino serve Hansen con un tocco breve: nuovo tiro, nuova rete. Nove minuti più avanti Praest mette al centro su calcio d’angolo: tocco di testa ed ultima rete bianconera». 

Il primo scudetto di Hansen con la Juventus arriva alla terz’ultima giornata di Campionato, quando i bianconeri sconfiggono per 3-2 il Bologna, grazie proprio a una doppietta del danese nel primo tempo e a un gol di Praest a inizio ripresa. 

È sempre Vittorio Pozzo che racconta le tante emozioni del match e descrive così le due reti di Hansen: «La mezz’ora era appena scoccata. Con un riuscito guizzo, Muccinelli si liberava di ogni opposizione e centrava alto e lungo. Saltavano in parecchi, per ricevere il traversone, ma Hansen, avvalendosi del vantaggio della statura, aveva la meglio e di testa spediva irresistibilmente in rete, proprio a filo del montante sulla destra del portiere». La seconda, invece, è frutto di «un tiro di Boniperti, una secca legnata bassa del biondo centroavanti juventino colpiva il corpo del terzino Giovannini accorso sulla linea di porta, la palla rimbalzava in avanti, e Hansen, che stava arrivando in corsa, non aveva difficoltà a spedirla in rete. Due a zero». 

Seppure con lo scudetto cucito sul petto, il terzo anno in maglia bianconera di Hansen è anche quello più difficile, soprattutto a causa di diversi acciacchi di cui il danese rimane vittima. Il suo apporto risulta, comunque, ancora una volta decisivo per la stagione della Juventus e l’attaccante segna 22 reti in 38 partite. Tra queste, quelle più importanti le sigla del derby contro il Torino del 12 novembre 1950. 

Nell’occasione, Hansen sigla una doppietta, anche grazie all’apporto del connazionale Karl Aage Praest, con il quale forma una coppia «che calamitava l’attenzione. Il loro slancio aveva un freno e un controllo, la loro falcata si apriva sicura, correvano tutti meno dei granata ma si aveva l’impressione che facessero però più strada, erano dei solisti che si confondevano nell’orchestra e che da un momento all’altro, quando meno te l’aspettavi e l’andamento dell’incontro meno lo faceva prevedere, ti organizzavano una serie di quattro passaggi che avrebbero meritato di essere fissati in un grafico». 


Nonostante l’apporto del suo attaccante, al termine della stagione la Juventus arriva terza in classifica, alle spalle di Milan e Inter, ma è già pronta al riscatto. Grazie anche all’apporto del nuovo allenatore, l’ungherese György Sárosi, i bianconeri tornano a dominare in Italia e Hansen vive un’altra stagione sulla breccia. L’attaccante è ormai un punto di riferimento della squadra, le sue accelerazioni che gli valgono il soprannome di “Gazzella” sono ormai un classico che nessuna difesa trova il modo di arginare

Per il danese si tratta di un’annata da ricordare, perché segna 30 reti in 38 partite e si laurea capocannoniere della Serie A, guidando la Juventus alla conquista del nono scudetto della sua storia e che vale il parimerito con il Genoa come squadra più titolata d’Italia. Per Hansen è una stagione da incorniciare, perché, insieme a Boniperti, Muccinelli, Praest e l’altro Hansen, Karl Aage, forma uno degli attacchi più forti della storia juventina. Inoltre, il danese ha anche l’occasione di giocare qualche minuto in porta, l’8 giugno 1952 contro il Novara, quando si offre di sostituire Viola espulso. 

La sfida decisiva per l’assegnazione dello scudetto si gioca a Torino il 4 maggio del 1952, quando i bianconeri hanno la meglio sul Milan, diretto rivale, per 3-1. Nell’occasione, John Hansen serve il prezioso assist per l’1-0 firmato da Vivolo, dopo appena quattro minuti di gioco. 

Come ci racconta Vittorio Pozzo su “La Stampa”, «su un attacco milanista infranto dai bianconeri, John Hansen allunga, senza esitazione, in profondità a Vivolo, che è fronteggiato da Tognon. Duello di velocità e di astuzia fra il centroavanti torinese ed il centromediano milanista. Nessuno dei due prende vantaggio, ma il bianconero, entrando in area, può ugualmente sparare forte di sinistro. Il portiere Bardelli è sulla traiettoria: tocca la palla, ma questa gli rimbalza sopra la mano protesa, e sguscia in rete». È il gol vittoria che scatena l’entusiasmo dei cinquantacinquemila tifosi accorsi allo stadio e dei giocatori, consapevoli di aver realizzato l’ennesima impresa. La classifica finale, infatti, vede la Juventus chiudere a 60 punti, sette in più del Milan, fresco Campione d’Italia. 

A concludere la magica annata, Hansen, con tutta la squadra, viene ricevuto da papa Pio XII. Un momento storico per la Juventus e che viene così raccontato da Carlo Laurenzi per “La Stampa”: «Immobili in un angolo, impassibili e biondi, troneggiavano i tre danesi della squadra: John Hansen, Kark Hansen, Praest; i tre luterani, si sarebbero inginocchiati di fronte al Pontefice cattolico? “A stretto rigore ne sarebbero dispensati”, mormorava il cerimoniere, “ma permettete di augurarmi che si inginocchino”. Si sono inginocchiati. Quando è comparso Pio XII (mancavano pochi minuti all’una e la troupe, al cenno d’un monsignore, s’era trasferita nella saletta del trono) la testa fulva di John Hansen, quella testa che i cronisti definiscono micidiale, è stata la prima a chinarsi».

In una Juventus pressoché immutata rispetto alla stagione precedente, John Hansen rimane un punto di riferimento, insieme al compagno di reparto Giampiero Boniperti. I due, infatti, formano una coppia perfetta, grazie alle loro complementari caratteristiche fisiche e tecniche. L’italiano ha una classe sopraffina e un talento spesso geniale, mentre il danese è in possesso di una forza fisica straripante e di un raro fiuto del gol. Anche nella stagione 1952-53, Hansen si laurea capocannoniere della squadra, con 22 reti in 29 partite, mentre Boniperti va specializzandosi nel ruolo di uomo-assist. 

Tra i gol più importanti  del danese, la doppietta nello storico 8-0 con cui i bianconeri seppelliscono la Fiorentina il 22 febbraio del 1953, ma, soprattutto, i due gol nel 5-0 contro la Lazio dell’11 gennaio 1953, grazie al quale la Juventus supera in classifica Roma e Milan e riacciuffa il secondo posto, piazzamento che manterrà fino al termine del Campionato, a soli due punti dall’Inter Campione d’Italia. 

Lo scudetto prende, dunque, la strada per Milano, ma la Juventus si toglie la soddisfazione di sconfiggere gli avversari nello scontro diretto giocato in casa e vinto per 2-1. È il 10 maggio del 1953 e l’Inter è già prima in classifica e con un vantaggio di ben nove punti proprio sui bianconeri. La squadra allenata da Sárosi ha bisogno, a tutti i costi, di una vittoria per non perdere le speranze di rimonta e i due punti arrivano all’88’, quando Praest realizza il gol della vittoria.


Arrivato alla soglia dei trent’anni, John Hansen gioca la sua ultima stagione con la maglia della Juventus, ma non riesce a bissare le prestazioni degli anni passati. Il danese, infatti, gioca meno del solito, 28 partite, ma, soprattutto, non offre il consueto contributo sotto porta, realizzando soltanto 9 gol. Il ciclo di Sárosi si è chiuso con il secondo posto della stagione precedente e al suo posto, adesso, c’è Aldo Olivieri. 

Con una squadra in fase discendente, il nuovo mister riesce, comunque, a far giocare la squadra nel modo migliore e a farla restare all’altezza delle storiche avversarie, Milan e Inter soprattutto. Tuttavia, è proprio la deludente vena realizzata di Hansen che penalizza la Juventus nell’appassionante corsa scudetto con le milanesi e la Fiorentina. 

Sia il girone di andata sia il finale di Campionato sono al cardiopalma, perché al giro di boa la Juventus è prima a pari punti con Inter e Fiorentina, mentre il Milan è secondo a solo una lunghezza. L’appassionante duello si conclude, così, soltanto all’ultima giornata, quando la Juventus vince 3-2 contro il Napoli, grazie al gol decisivo proprio di John Hansen e l’Inter ha la meglio per 4-2 sulla Triestina. Il punto di vantaggio che i nerazzurri avevano conquistato poche settimane prima, alla trentaduesima giornata, grazie alla sconfitta della Juventus per 3-2 contro l’Atalanta, si rivela decisivo per l’assegnazione del titolo che va, di nuovo, a Milano.

Al termine della stagione, consapevole di non poter dare molto altro alla causa della Juventus, Hansen decide di lasciare Torino, portando con sé numeri impressionanti, ovvero 139 gol in 214 presenze e il settimo posto come marcatore di sempre della Juventus. Poche settimane più tardi, il danese si trasferisce alla Lazio, dove gioca una sola stagione e segna 15 gol in 27 presenze. Al termine dell’avventura italiana, John Hansen torna in patria e chiude la carriera al Frem, dove realizza 32 gol in 28 partite

Considerato uno dei più grandi attaccanti della storia juventina, John Hansen, la gazzella danese, entra per sempre nella storia della Juventus nel 2011, quando gli viene assegnata la stella celebrativa nella Walk of Fame bianconera all’Allianz Stadium di Torino. Tuttavia, il danese non è lì per godersi l’omaggio dei tifosi, perché era morto ventun'anni prima, il 12 gennaio del 1990, ad appena 66 anni. 



FELICE BOREL II: IL "FARFALLINO" DEL GOL

 

Con i suoi 161 gol all’attivo in oltre 300 gare ufficiali con la Juventus, Felice Placido Borel II è ancora oggi il sesto marcatore bianconero di sempre, meglio di lui sono riusciti a fare soltanto autentici miti come Alessandro Del Piero, Giampiero Boniperti, Roberto Bettega, David Trezeguet e Omar Sivori. 

Nato a Nizza il 5 aprile del 1914, “Farfallino” è stato il primo vero bomber nella storia della Juventus, nonostante avesse cominciato la sua carriera come mezz’ala. Quando arriva alla corte della Vecchia Signora dalle giovanili del Torino, si presenta subito come un calciatore diverso dagli altri, in possesso di un talento cristallino. 

Il suo modo elegante di muoversi in campo e le sue giocate geniali e spesso sorprendenti, ne mettono subito in evidenza uno stile di gioco unico e un po' snob che gli consente di correre quasi in punta di piedi, ma di essere spietato sotto porta. 

Borel II è un calciatore precoce, tanto da esordire sedicenne con la maglia granata e sbarcare alla Juventus appena maggiorenne. Certo, dalla sua parte ha il vantaggio di essere un figlio d’arte, visto che suo padre Ernesto era stato uno dei pionieri della Juventus di inizio ‘900. Ed è proprio quest'ultimo a guidare il passaggio di Felice in bianconero, portandolo alla corte del Barone Giovanni Mazzonis, all'inizio della stagione 1932-33.  

In un'intervista, Borel II racconta quell'esperienza unica e che avrebbe segnato la sua vita e la storia di calciatore: «Fui chiamato per sostituire Vecchina ma anche quei due grossi centravanti di Rosa e Imberti. Mazzonis è stato il primo veramente grande dirigente proiettato sul futuro del calcio. È andato lui a cercare Orsi, Monti e Cesarini. Era democratico per eccellenza ma di un’autorità dittatoriale. Era come doveva essere perché la squadra la mandava avanti lui mica Edoardo che gli lasciava carta bianca su tutto». 


Fisicamente molto diverso dal padre, tozzo e possente, Borel II è, invece, un giocatore alto, ben modellato e asciutto. Sui campi da gioco, si mette subito in mostra per il suo gioco agile e veloce, caratterizzato da ampie falcate e da una coordinazione invidiabile. 

In breve tempo, questa sua leggiadria che gli permette di scartare gli avversari con facilità ed eleganza, gli vale il soprannome di “Farfallino”, proprio in onore al suo modo sinuoso e scattante di muoversi in campo.

Nonostante la giovane età, Borel II riesce a inserirsi alla perfezione nella Juventus del Quinquennio d’Oro, misurandosi con giocatori del calibro di Ferrari, Orsi, Cesarini, Vecchina e Munerati, protagonisti di una squadra che stava per entrare nella leggenda

Felice Borel II debutta in Campionato il 2 ottobre del 1932, pochi mesi dopo il suo diciottesimo compleanno. L’occasione è, però, sfortunata, poiché coincide con la sconfitta esterna per 1-0 contro il Napoli, in un match, comunque, in cui l’attaccante si mette in evidenza con diversi «tiri rabbiosi, seppure alquanto imprecisi e situazioni che minacciavano di prolungarsi e di esaurirsi senza risultato».

Nonostante il giovane attaccante sia chiuso da altri giocatori più esperti, l’allora allenatore Carlo Carcano intuisce subito le sue grandi potenzialità e il suo innato talento per il gol, così, quando si trova costretto a dover fare a meno dell'infortunato Vecchina, non ci pensa due volte a mandarlo in campo.

Per "Farfallino" è la svolta, perché dimostra al suo allenatore di essere già pronto e di non avere nulla da invidiare ai suoi più quotati compagni di squadra. In poche settimane, Borel II scala le gerarchie dell’attacco bianconero e realizza le sue prime reti con la maglia della Juventus

Il 20 novembre del 1932, mette a segno una doppietta nel 4-0 con cui la squadra di Carcano liquida la Lazio a Torino. Il giornalista della Stampa Enzo Arnaldi, racconta così il primo gol: «La prima rete arriva al settimo minuto di gioco, quando Cesarini, ricevuto il pallone dalla difesa, lo allungò in area avversaria, Borel se ne impadronì e, vanamente inseguito da Furlani, Pardini e Bertagni, avanzò fino a pochi passi da Sclavi, da dove scoccò un tiro, potente e ben piazzato; Sclavi tentò ancora in parata, ma la palla, calciata dal basso in alto, andò a scuotere la rete. Uno a zero».

 

 Il raddoppio arriva, invece, al 32’ del primo tempo, quando ancora  «Cesarini, dalla sua posizione, tirò lungo a mezza altezza in porta, un difensore “laziale” tentò di fermare la palla, ma riuscì solo a deviarne la direzione; Borel e Sclavi si lanciarono allora sul pallone che stava per cadere dinanzi alla porta; il bianconero, dopo aver accennato al tiro di sinistro, colpì la palla di destro leggermente, prima che toccasse terra e quando Sclavi già era in tuffo; il pallone passò sul portiere ed entrò in rete. Goal perfetto per precisione e prontezza di intuito».

Due settimane più tardi, il giovane attaccante si conferma nel suo primo derby cittadino, segnando il gol vittoria con cui la Juventus sconfigge il Torino allo stadio FiladelfiaÈ sempre Enzo Arnaldi a raccontarci il gol di Borel II su La Stampa: «Monti, al 22’, manda di testa la palla a Ferrari, che la spedisce al centro; Borel (siamo quasi a metà campo) se la spinge avanti e, velocissimo, avanza su Bosia, vanamente inseguito da Martin e Monti, completamente spiazzati; giunto a una decina di metri dalla porta avversaria il centravanti bianconero, tira freddamente in piena corsa verso destra, spiazzando anche Bosia; la palla va a scuotere violentemente la rete. Goal. Goal bellissimo, frutto di un’azione personale pregevolissima, che viene a dare alla Juventus quel successo tanto accanitamente perseguito nel primo tempo e sempre sfuggito per un soffio». 

La prestazione di "Farfallino" colpisce talmente tanto spettatori e addetti ai lavori che anche il giorno dopo, molti giornali gli rendono omaggio, considerandolo la nuova stella nascente del calcio italiano. Tra questi, Luigi Cavallero che, sulle pagine della Stampa, lo definisce un «centro attacco che qualunque grande squadra potrebbe inviadiarle, un giocatore che è già un campione a diciott’anni».

La Juventus, già considerata una corazzata imbattibile, si gode il suo nuovo gioiello che pochi giorni più tardi, l’11 dicembre del 1932, mette a segno anche la sua prima tripletta con la maglia bianconera, nel 6-1 casalingo contro la malcapitata Triestina

I tre gol confermano le straordinarie doti dell'attaccante, completo e spietato sotto porta. La prima rete, infatti, arriva da opportunista, su respinta del portiere, la seconda grazie a un dribbling ubriacante in area di rigore e il terzo con un tiro forte e preciso

Nonostante sia arrivato appena diciottenne in una squadra vincente e già ricca di talenti, Borel II riesce a conquistarsi in brevissimo tempo la fiducia di allenatore e compagni, divenendo la colonna portante di una formazione già fortissima. 

Questo grazie anche alla lucidità e alla lungimiranza dell'allenatore Carlo Carcano, coraggioso nel dargli fiducia e abile nell'intuire le sue straordinarie potenzialità da bomber. 

Alla fine della sua prima stagione con la maglia della Juventus, Borel II colleziona 32 presenze e mette a segno ben 30 gol, anche grazie a tre triplette (Triestina, Fiorentina e Palermo) e a quattro doppiette (al Napoli, alla Pro Patria, al Casale e al Milan). 

La partita coi rossoneri, tra l'altro, è quella che assegna lo scudetto ai bianconeri, il terzo consecutivo, ma il primo per Borel II che lo conquista da assoluto protagonista, laureandosi capocannoniere della Serie A (29 reti), davanti ad Angelo Schiavio del Bologna (28 gol).   

Il 22 giugno del 1933, il bomber debutta anche in campo europeo, segnando la sua prima rete nella trasferta vinta 4-2 contro l’Újpest FC. A raccontarci il gol è Luigi Cavallero sulle pagine della Stampa: «Varglien I effettua una rimessa in gioco, la dà a Borel, spostatosi sulla destra, Borel avanza sempre sul margine del terreno fin presso la linea di fondo, evita Futo, si serra verso il centro e, mentre si attende un suo passaggio a Ferrari portatosi nel frattempo in ottima posizione, tira senz’altro in goal rasoterra. Hori si getta in tuffo, ma la palla gli sfugge di sotto il petto ed entra in porta».

Per Borell II è il coronamento di una stagione memorabile, in cui a soli diciotto anni ha dimostrato di essere già pronto per i grandi palcoscenici calcistici e, soprattutto, di poter mirare a diventare il centravanti della Nazionale in vista del Mondiale del 1934. 


All'inizio della stagione successiva, quella dell'inaugurazione del nuovo stadio "Benito Mussolini" di Torino, Borel II è ormai considerato uno dei più forti attaccanti italiani e Carlo Carcano decide di promuoverlo titolare inamovibile della  sua fortissima Juventus. 

La stagione 1933-34 vede i bianconeri battagliare con l'Inter, in un appassionante duello che si protrae fino all'ultima giornata di Campionato, quando la Juventus si aggiudica il quarto scudetto consecutivo grazie alla vittoria per 2-0 conquistata allo stadio del Partito Nazionale Fascista di Roma contro la Lazio. La classifica finale vede i bianconeri primi con 53 punti e l'Inter seconda con 49

È proprio una rete di Borel II, arrivata a dieci minuti dalla fine della partita, a consacrare lo scudetto bianconero. Il giornalista della Stampa Luigi Cavallero racconta così il gol dell'attaccante bianconero: «A pochi minuti dal termine, Borel improvvisamente si risveglia. Deve aver pensato alla classifica dei cannonieri e al primato di Meazza in una delle stagioni scorse in quel momento. Fatto sta che egli parte, gira attorno a Del Debbio, sfugge a Bertagni, giunge solo verso la sinistra, si gira, tira e manda la palla a finire nel lontano angolo basso della rete laziale. È stata la sola cosa tecnicamente bella della partita».

"Farfallino" è assoluto protagonista della straordinaria cavalcata vincente della Juventus che vince il quarto scudetto consecutivo anche grazie ai suoi 36 gol in 40 presenze (31 in Campionato e 5 in Coppa Europa) ed è la ciliegina sulla torta di un'autentica macchina da gol, in grado di realizzare ben 88 reti in una sola annata.  

Le soddisfazioni per Borel II non si fermano qui e in questa stessa stagione, il giovane attaccante debutta anche in Nazionale. È il 22 ottobre del 1933 e Vittorio Pozzo ha già annotato il suo nome da diverso tempo, seppur in avanti l'Italia sia molto ben coperta grazie a giocatori del calibro di Meazza, Schiavio, Ferrari e Orsi. 

Il giornalista-allenatore sa, però, che l'entusiamo e l'esuberanza fisica di "Farfallino" potrebbero tornare utili in vista dei prossimi Mondiali di Calcio. Così, lo convoca in occasione di Ungheria-Italia 0-1, partita valida per il Campionato Internazionale.

Borel II sa che non può fallire l'appuntamento e grazie a una prestazione maiuscola, regala la vittoria agli Azzurri, segnando il gol decisivo al 43' del primo tempo. Sulle pagine della Stampa di Torino, il giovane attaccante della Juventus viene esaltato e descritto come «un uomo che si dovette lanciare in combattimento prima di quanto il programma originario avesse prestabilito. Ragazzo più che un uomo. Fragile ancora per gare internazionali, subì una prova del fuoco quale mai dimenticherà data la specialità delle circostanze». 

Quando, il 27 maggio del 1934, prendono il via i Campionati del Mondo, organizzati in Italia, Felice Borel II è tra i convocati del CT della Nazionale. Accanto a lui, gli altri juventini Combi, Monti, Bertolini, Orsi e Ferrari. 

Il blocco bianconero si rivela decisivo per il trionfo finale degli Azzurri di Pozzo, che conquistano la loro prima Coppa del Mondo battendo l'allora fortissima Cecoslovacchia per 2-1. Dopo essere andata sotto a venti minuti dalla fine, l'Italia pareggia con Orsi all'81' e completa la rimonta durante i tempi supplementari, grazie a Schiavio

Per l'Italia è una gran festa e "Farfallino" mette in bacheca un altro importante e prestigioso trofeo. Nonostante i pochi minuti in campo e zero gol all'attivo, il giovane attaccanta ricorda con affetto quell'esperienza indimenticabile: «Per noi fu un brutto momento, ma la squadra, sospinta da almeno 50 mila persone che affollavano lo Stadio del Partito, reagì splendidamente, anche se fu percorsa da un brivido quando Sobotka, sull’uno a zero, prese in pieno un palo. Il pareggio venne da Orsi all’81’, un tiro incredibile, spettacoloso per forza e precisione, di destro. Andammo ai supplementari, dopo cinque minuti Guaita indovinò un suggerimento per Schiavio e non perse l’occasione. Lo stupendo Planicka non ce la fece».

 

Da fresco campione del mondo, nella stagione 1934-35 Borel II apre una nuova fase della sua carriera juventina, diventando il punto di riferimento di una squadra in rinnovamento  e con diversi calciatori ormai sulla via del tramonto.

Dopo il Mondiale, infatti, il mitico terzetto Combi-Rosetta-Caligaris viene spezzato dalla decisione del portiere di appendere gli scarpini al chiodo, mentre la rosa bianconera risulta essere una delle più vecchie del torneo.

Caligaris, Monti e Orsi hanno 33 anni, Rosetta 32, Bertolini 30 e Varglien I 29, dunque, per portare nuova linfa a una squadra stanca e consumata, i dirigenti decidono di promuovere Guglielmo Gabetto, un promettente attaccante proveniente dal vivaio bianconero e ingaggiano Alfredo Foni dal Padova.

Il tentativo di restyling non porta, però, grandi novità, anche perché l'allenatore Carcano continua a far affidamento sulle vecchie glorie, tanto da entrare in conflitto direttamente con i dirigenti juventini che, alla fine, decideranno di esonerarlo

In Campionato, la Juventus rimane la squadra da battere, ma stavolta la differenza con le dirette avversarie si riduce, tanto che i bianconeri conquistano il loro quinto scudetto consecutivo sul filo di lana, staccando l'Inter soltanto all'ultima giornata.

Per Borell II è una stagione complicata, sia perché la squadra non lo supporta più come una volta sia per l'avvento di Gabetto che lo costringe spesso a indietreggiare la sua posizione in campo, ma soprattutto per il riacutizzarsi di un vecchio problema al ginocchio.

Da diverso tempo, infatti, "Farfallino" si porta dietro una fastidiosa infiammazione al menisco che, tuttavia, non gli aveva mai seriamente impedito di continuare a giocare. 

Grazie a un'intelligente gestione delle forze, l'attaccante è sempre riuscito a evitare l'operazione, ma questa volta l'infortunio lo limita in maniera evidente.

La conseguenza di tutti questi fattori è un'annata altalenante, in cui la vena realizzativa di Borel II cala vistosamente rispetto alle stagioni precedenti. L'attaccante, infatti, si ferma a 18 reti stagionali (13 in Campionato e 5 in Coppa Europa), pur confermandosi come capocannoniere della squadra. 

Con l'avanzare del tempo e dell’età, l'attaccante non riesce più a giocare come gli piace e non ottiene dal suo fisico ciò di cui ha bisogno, ma non si arrende e prova, ancora una volta, a fare a meno dell'operazione. 

La sua stagione parte alla grande, grazie alla doppietta messa a segno nel 3-1 con cui la Juventus regola il Palermo nella prima giornata di Campionato, ma settimana dopo settimana il suo fisico diventa sempre più fragile.

A ciò si somma la voglia e la determinazione dello scalpitante Gabetto che, partita dopo partita, scala le gerarchie dell'attacco juventino, costringendo spesso "Farfallino" a partire dalla panchina

Tra il settembre del 1935 e il maggio del 1936, Borel II gioca soltanto 18 partite e segna appena 4 gol. È il periodo più difficile della sua carriera, anche perché dopo la tragica morte del Presidente Edoardo Agnelli, precipitato con il suo idrovolante nel mare di fronte a Genova, la Juventus non è più lo squadrone degli anni precedenti.

Arrivato ormai al punto di non ritorno, "Farfallino" decide, finalmente, di sottoporsi all'inevitabile intervento chirurgico. La Stampa del 10 maggio 1936 gli dedica un articolo, in cui si racconta che «Borel II, recentemente operato di menisco a Novara, dopo un breve periodo di degenza all’ospedale, è tornato ieri a Torino. Egli ha, pertanto, sia pure con l’aiuto di un bastone, ripreso a camminare e in una quindicina di giorni riattiverà l’arto. Il popolare calciatore trascorrerà poi al mare un periodo di riposo».



Borel II
trascorre l'intera estate in riabilitazione, desideroso di rientrare al più presto, ma affrontando un processo lungo e complicato. Senza di lui, la Juventus va avanti e Gabetto diventa il centravanti titolare di una squadra in ricostruzione e che fa terribilmente fatica a rimanere in scia delle avversarie.

Alla quinta giornata di Campionato, "Farfallino" fa il suo ritorno in campo, ma in un ruolo che il nuovo allenatore Rosetta prova a ritagliargli ad hoc, ovvero quello del suggeritore, ovvero il moderno trequartista. Con Gabetto ormai titolare fisso, per l'ex attaccante non c'è più spazio in avanti, così Borel II si rimbocca le maniche e si cala con tutto l'impegno possibile nella sua nuova posizione.

Alla sua prima partita dopo l'intervento al ginocchio, giocata l'11 ottobre del 1936 contro l'Alessandria, Luigi Cavallero racconta come "Farfallino" resta «costantemente in posizione arretrata, limitandosi a smistare ai compagni palloni che essi regolarmente perdevano non appena a contatto coi terzini grigi che pure non costituivano, né per bontà di piazzamento né per sicurezza di rimando, un punto di forza dell’unità alessandrina».

Quattro partite più tardi, Borel II torna finalmente al gol, nel match casalingo contro il Genoa 1893 dell’8 novembre 1936 e terminato 2-2. "Farfallino" segna il momentaneo  2-1 per i bianconeri e che sempre Luigi Cavallero racconta così: «Batté Varglien II, che riprese subito la respinta di un difensore e con un forte colpo di testa rimandò la palla in area. Erano in molti, davanti a Fregosi, a contatto coi gomiti: solo Borel II restava smarcato, perfettamente libero. La palla gli venne giù sul piede ed egli la infilò in rete con un tiro che parve una fucilata».

Per la Juventus è una stagione davvero complicata, tanto che i bianconeri terminano il Campionato quinti in classifica. Tuttavia, Borel II riesce a ritagliarsi un ruolo importante nella squadra e torna a essere uno dei migliori marcatori della squadra grazie a 17 reti complessive (16 in Campionato e 1 in Coppa Italia), secondo soltanto a Guglielmo Gabetto che ne realizza soltanto una in più.

Tuttavia, in una Juventus alla disperata ricerca di una nuova identità, la sua stella viene considerata ormai sulla via del tramonto, tanto che alcuni giornalisti parlano di lui definendolo «il povero zoppo».

All'interno di una squadra giovane, Borel II diventa la chioccia che ha il compito di aiutare i nuovi calciatori a inserirsi nella squadra e a capire, soprattutto, cosa significhi giocare nella Juventus.

Costretto dai suoi limiti fisici, sempre più stringenti, "Farfallino" arretra ancora la sua posizione in campo, ma non rinuncia al vizio del gol. Nella stagione 1937-38, segna 11 reti in 18 presenze e dà un contributo fondamentale per permettere alla Juventus di arrivare al secondo posto in Campionato e di vincere la Coppa Italia nella doppia sfida col Torino

Le stagioni successive segnano un inevitabile declino per Borel II che trova sempre maggiori difficoltà nel trovare il gol e nel giocare con continuità. Nell'arco del Campionato 1939-40, gioca 20 partite e segna soltanto una rete, mentre in quello successivo scende in campo sempre 20 volte e realizza 8 gol

La stagione 1940-41 è l'ultima con la maglia bianconera, ma, paradossalmente, anche una delle migliori dopo l'intervento chirurgico al ginocchio. "Farfallino", infatti, riesce a giocare ben 32 partite e mette a segno 10 gol.

Si tratta del classico canto del cigno, visto che nell'estate del 1941 le strade tra Borel II e la Juventus si dividono. L'ex attaccante, infatti, passa all'altra sponda di Torino, portandosi dietro Guglielmo Gabetto e il portiere Alfredo Bodoira. 

Nonostante la sua avventura coi colori granata duri soltanto una stagione, Borel II è uno dei protagonisti del nuovo Torino di Ferruccio Novo, il Presidente che prova ad abbracciare il nuovo credo calcistico del "sistema", importato dall'Inghilterra e che sarebbe stato la base per la costruzione dell'indimenticabile Grande Torino

Durante la seconda guerra mondiale, Borel II sente l'irrefrenabile bisogno di tornare a casa, così rientra alla Juventus nella doppia veste di giocatore e allenatore nella stagione 1942-43

In una stagione complicata e sempre sotto la minaccia di uno stop dovuto alla guerra, Borel II guida i bianconeri fino al terzo posto in classifica, dietro il Torino e il Livorno, ma ha soprattutto il merito di scoprire lo straordinario talento di Giampiero Boniperti

Arrivato a 31 anni, “Farfallino” conclude la sua seconda avventura con la Juventus nel Campionato 1945-46, quando disputa 27 partite e realizza 10 reti. Il suo addio arriva il 16 giugno del 1946, in occasione della partita vinta 2-0 a Bari. 

Dopo aver appeso gli scarpini al chiodo, Felice Borel II prosegue la carriera di allenatore. Prima è sulla panchina delle Giovanili del Torino, poi rimane due stagioni su quella dell’Alessandria (dal 1946 al 1948), va a Napoli per una sola stagione e conclude con la Fossanese (dal 1954 al 1956) e il Catania (1958-59).

Alla fine degli anni '50, "Farfallino" sembra deciso ad abbandonare il mondo del calcio, così intraprende l'attività di assicuratore, ma nel 1961 arriva la chiamata di Umberto Agnelli, nel frattempo diventato Presidente della Juventus, che lo vuole nel ruolo di General Manager.

Dopo aver fatto la storia della Juventus, grazie alle oltre 300 partite disputate e a 161 gol realizzati, “Farfallino” si ammala di tumore e muore il 21 gennaio del 1993, ultimo dei superstiti tra i campioni del mondo del 1934.


(Marcello Gagliani Caputo)


LA JUVENTUS E IL PALLONE D'ORO - SECONDA PARTE

 

L’eredità di Michel Platini, raccolta da Roberto Baggio, fu rinnovata da un altro fuoriclasse francese, ovvero Zinedine Zidane che arrivò alla Juventus nell’estate del 1996, all’indomani della conquista della Champions League da parte dei bianconeri. 

Strappato al Bordeaux per sette miliardi e mezzo delle vecchie lire, “Zizou”, come fu subito soprannominato, mise in mostra fin dalle prime uscite una classe cristallina che lo designò come vero erede di Michel Platini e che, soltanto due anni più tardi, lo portò in vetta alla classifica del Pallone d’Oro

Il trionfo avvenne sulla scia della conquista da parte della Francia della Coppa del Mondo del 1998, organizzata proprio in territorio transalpino. Nell’occasione, Zidane fu il trascinatore di una squadra che vantava la presenza anche dell’altro juventino Didier Deschamps e siglò la doppietta decisiva che permise alla Francia di battere, in finale, il Brasile di Ronaldo il Fenomeno. 

Zidane fu il quarto francese della storia a vincere l’ambito trofeo e arrivò primo con 244 punti, davanti al giocatore del Real Madrid Davor Suker (68 punti) e all’interista Ronaldo (66). 

Al momento del ritiro del premio, il fuoriclasse non dimenticò di ringraziare la Juventus, come riportato nell’articolo di Alessandro Tommasi sul sito di “Repubblica”: «[…] Quando si presentò l'occasione di andare a Torino, ed ero a Bordeaux, ho capito che la mia carriera stava per prendere il volo. Ho pensato alle Coppe, al Pallone d’oro: non lo vinci se non sei in una squadra grande. […]».



Nell’albo del Pallone d’Oro, la vittoria di Pavel Nedved rappresentò una piccola anomalia, perché il calciatore ceco fu uno dei pochissimi ad aggiudicarsi il premio senza aver alzato trofei importanti a livello europeo e mondiale (Champions o Coppa del Mondo). 

Ciò che, infatti, portò Nedved sul gradino più alto del trofeo di France Football furono i successi nazionali con la Juve e le straordinarie prestazioni nell’edizione 2002-03 della Champions League, in cui trascinò i bianconeri fino alla finale, poi persa contro il Milan e che il ceco non giocò perché squalificato. 

La “Furia Ceca”, come venne soprannominato Nedved alla Juventus, fu il secondo calciatore ceco a vincere il Pallone d’Oro, dopo Josef Masopust che se l’era portato a casa nel 1962, quando ancora esisteva la Cecoslovacchia. 

Il premio fu la coronazione di una carriera fatta di sacrifici, allenamento e abnegazione che aveva fatto di Pavel un esempio per tanti compagni di squadra. Sempre l’ultimo ad arrendersi, il ceco fu uno dei protagonisti della Juventus del prima e dopo Calciopoli, dando un decisivo contributo per riportarla ai livelli che le competono. 

Alla vigilia della premiazione, Nedved fece un bagno di umiltà, dichiarando che “non posso competere con campioni come Raul, Figo e Zidane”, ma la giuria la pensò diversamente, perché lo premiò con 190 punti, primo davanti a Thierry Henry fermo a 128 e a Paolo Maldini a 123.


L’ultimo juventino a vincere il Pallone d’Oro fu Fabio Cannavaro che, all’indomani della vittoria italiana nella Coppa del Mondo del 2006 in Germania, fu premiato fa France Football come simbolo di quell’Italia bistrattata che affrontò il Mondiale sulla scia dello scandalo di Calciopoli

L’edizione 2006 del Pallone d’Oro fu una delle più anomala della storia, perché dovette fare i conti con quanto accaduto alla Juventus e a tutto il calcio italiano. Tuttavia, i giurati ebbero la forza di andare oltre e decisero di premiare il Capitano della Nazionale appena laureatasi Campione del Mondo contro ogni pronostico e, addirittura, di indicare come secondo l’altro juventino e italiano Gianluigi Buffon. 

Per alcuni fu un premio politico, per molti altri fu soltanto la logica conseguenza di un’impresa che vide l’Italia di Marcello Lippi riscattare, agli occhi del mondo, tutto il movimento calcistico italiano. Grazie a questo premio, Cannavaro divenne il quarto italiano ad aggiudicarsi il Pallone d’Oro, dopo Rivera, Paolo Rossi e Roberto Baggio e il terzo difensore, dopo Beckenbauer e Sammer.



(Marcello Gagliani Caputo)

QUANDO LA JUVENTUS BATTÈ LA ROMA 7-1

 

Le sfide tra Juventus e Roma hanno caratterizzato la storia della Serie A per moltissimi anni, tanto che alcune partite sono diventata quasi leggenda.

Dal famigerato gol di Turone fino alla rimessa laterale di Aldair, ma anche la presenza in campo di Nakata, decisiva nel 2-2 che avrebbe permesso ai giallorossi di vincere lo scudetto nel 2001, sono argomenti ancora molto gettonati tra le rispettive tifoserie.

Nell'arco di quasi cento anni (il primo scontro diretto risale al 1927), Juventus e Roma hanno battagliato sempre all'ultimo sangue, in una rivalità che tra la fine degli anni '70 e l'inizio '80 ha toccato il culmine e che si mantiene accesa ancora oggi.

Alcune sfide tra Juventus e Roma sono state decisive per assegnare lo scudetto, mentre altre sono ricordate per risultati clamorosi e una di queste è quella del Campionato 1931-32, quando la Juventus vinse con un netto e umiliante 7-1.



La Juventus aveva appena vinto il primo dei cinque scudetti consecutivi del Magico Quinquennio, ma ripetersi non fu affatto facile, proprio per la concorrenza della Roma e del Bologna. 

Il giorno dello scontro diretto con i giallorossi, il 6 marzo del 1932 al Campo Sportivo di Corso Marsiglia a Torino, i bianconeri sono indietro in classifica di tre punti rispetto al Bologna, ma con quattro punti di vantaggio sulla Roma. 

A Torino arriva, dunque, una squadra intenzionata ad accorciare le distanze dai rivali, mentre la Juventus non ha altro risultato che la vittoria per continuare a sperare nell'inseguimento. 

La squadra allenata da Carlo Carcano ha dalla sua parte la vena realizzativa di Luisito Monti (a fine anno 19 gol soltanto in Campionato) e si affida a un rodato gioco di squadra, mentre la Roma sta attraversando un momento delicato dopo l'esonero dell'allenatore Burgess e l'arrivo dell'ungherese Baar.

Appena le due squadre scendono in campo, la differenza nell'approccio si vede subito, perché gli juventini corrono come dannati e danno prova di voler mettere subito in ghiaccio la partita, mentre i giallorossi sembrano spauriti e confusi e incapaci di frenare l'ardore degli avversari.

Dopo quindici minuti la Juventus è già avanti di quattro gol, grazie alla doppietta di Ferrari e alle reti di Orsi e Cesarini. La Roma è in balia dell'avvversario e non riesce ad abbozzare nemmeno una timida reazione, arrivando al gol soltanto in chiusura di primo tempo con il capitano Fulvio Bernardini.

Nonostante il riposo, nella ripresa il registro non cambia ed è ancora show juventino, con la doppietta di Vecchina e il gol di Orsi, a fissare il risultato sul 7-1. Il povero portiere giallorosso Masetti vive un pomeriggio da incubo ed esce dal campo visibilmente provato. 

Per la Roma è una debacle clamorosa, destinata, tra l'altro, a ripetersi in anni più recenti in Champions League, contro il Manchester United e il Bayern Monarco, ma segna, soprattutto, l'addio ai sogni scudetto, visto che i giallorossi vengono agganciati al terzo posto in classifica dall'Inter e dalla Fiorentina.

Per la Juventus è, invece, la tanto desiderata rivincita dopo il 5-0 subito a Roma nella gara di andata e che era, addirittura, diventato un film.

La netta vittoria conferma la forza degli undici di Carcano che  completeranno la rincorsa al Bologna e andranno a vincere il secondo scudetto consecutivo con quattro punti di vantaggo sui rivali. 


LUCIDIO SENTIMENTI IV: IL PORTIERE CHE SEGNO' A SUO FRATELLO

 

Dopo i successi del Quinquennio d’Oro e la prematura scomparsa del Presidente Edoardo Agnelli, per la Juventus si aprì un difficile ciclo di ricostruzione che, con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale, si allargò all’intero calcio italiano. 

Nonostante il momento complicato, i bianconeri tornarono al successo nella stagione 1937-38 e vinsero la prima Coppa Italia della loro storia. Tuttavia, la situazione transitoria e in bilico per i venti di guerra sempre più vicini, non consentì alla dirigenza bianconera di costruire una squadra all’altezza dei fasti passati e il ruolo del portiere, storicamente fondamentale per la Juventus, divenne simbolo di queste difficoltà. 

Priva dello storico trio difensivo Combi-Rosetta-Caligaris, la squadra vide susseguirsi numerosi portieri tra i pali, ma nessuno fu mai all’altezza di raccogliere la pesante eredità di “Fusetta”. La maglia numero 1 passò, dunque, dalle spalle di Amoretti a quelle di Bodoira, da Perucchetti a Goffi, da Ceresoli a Micheloni e Bulgheri, fino a quando, nel 1942, arrivò dal Modena Lucidio Sentimenti IV, grande tifoso della Juventus e ammiratore di Gianpiero Combi. 

Nato il 1° luglio del 1920 a Bomporto, in provincia di Modena, Sentimenti IV cominciò la sua avventura nel mondo del calcio a 16 anni, quando fu ingaggiato proprio dal Modena per giocare nel campionato di Serie B. 

I suoi inizi furono molti simili a quelli del grande Gianpiero Combi, tanto che anche Sentimenti IV ricoprì diversi ruoli in campo e fu uno dei più prolifici goleador della squadra emiliana. In due stagioni, il portiere segnò ben 22 reti, di cui una che passò alla storia, perché realizzata contro suo fratello maggiore Arnaldo, allora portiere del Napoli. 

Era il 17 maggio del 1942 e il Modena battagliava proprio con i campani per le ultime due posizioni in classifica. Il Napoli, nonostante una stagione disastrosa, vantava tra i pali uno dei portieri più bravi a parare i rigori, tanto da averne neutralizzati sei nelle precedenti partite. 

Tuttavia, quando quel giorno l’arbitro fischiò un penalty a favore del Modena e sul dischetto si presentò Lucidio, per il fratello Arnaldo non ci fu scampo, nonostante le battute che i due si scambiarono poco prima del tiro dagli undici metri. 

Secondo quanto riportato dalla storia, al momento di calciare il rigore, Arnaldo gridò al fratello “tanto te lo paro” e Lucidio, in tutta risposta, lo avvisò con un “non metterci le mani che te le spezzo”. Senza nemmeno dirlo, la palla finì in fondo al sacco e, sempre secondo le memorie dei giornali, Arnaldo rincorse Lucidio per tutto il campo, infuriato per aver dovuto interrompere la sua straordinaria striscia positiva.  


La dinastia dei Sentimenti fu una delle più numerose all’interno del calcio italiano, tanto che un terzo fratello, Vittorio, era, in quello stesso periodo, in forza alla Juventus

Fu proprio lui a segnalare Lucidio ai dirigenti bianconeri che non se lo fecero ripetere due volte e lo portarono a Torino nella stagione 1942-43. Nella sua prima esperienza con la maglia della Juventus, Sentimenti IV raccolse 24 presenze e 39 gol al passivo e debuttò il 19 settembre 1942, nella partita di Coppa Italia vinta dalla Juventus per 6-1 in casa della Mater Roma. 

Meno di un mese dopo, Sentimenti IV giocò anche la sua prima partita in Serie A e l’occasione fu Venezia-Juventus dell’11 ottobre, terminata 1-1. Il portiere bianconero fu molto sfortunato, perché incassò il gol del pareggio proprio allo scadere, quando, come raccontò Luigi Cavallero tra le pagine de “La Stampa”, una saetta partì «dal piede di Alberti, venuto a trovarsi improvvisamente libero a pochi metri dal portiere, la palla si è infilata sotto la traversa ed è ricaduta alle spalle di Sentimenti IV».

Per la Juventus e per il suo portiere, l’inizio stagione non fu affatto positivo, tanto che la squadra bianconera raccolse soltanto due punti nelle prime tre giornate di Campionato, frutto di due pareggi e una sconfitta. Quest’ultima in particolare, fu molto dura da digerire, perché arrivò per mano del Torino che si impose per 5-2 in casa della Juventus. 

Per l’allora allenatore Felice Borel II, vecchia gloria del Quinquennio d’Oro, fu un boccone difficile da digerire e a farne le spese fu proprio Sentimenti IV che fu sostituito in porta da Giuseppe Peruchetti, che giocò le successive tre partite. 

I risultati, tuttavia, non cambiarono e la Juventus raccolse soltanto due punti, frutto di una vittoria e due sconfitte. Borel II, a questo punto, tornò sulla sua decisione e rilanciò in porta Sentimenti IV il 15 novembre del 1942, nel vittorioso 3-1 con cui la Juventus liquidò il Bologna. 

Definito da Gianni Brera «freddissimo determinista, dotato di una astuzia luciferina», in breve tempo il portiere bianconero divenne il migliore estremo difensore italiano, ma la Juventus dovette vedersela con il Grande Torino di Valentino Mazzola che dominò in Italia per diversi anni, fino a quando la tragedia di Superga non cancellò, in un attimo, i sogni dei tifosi.

Nel 1945, quando la fine della Seconda Guerra Mondiale permise la ripresa del Campionato, Sentimenti IV debuttò anche in Nazionale e l’occasione fu il 4-4 contro la Svizzera dell’11 novembre del 1945. Due anni più tardi, l’11 maggio del 1947, il portiere bianconero si rese protagonista di un piccolo record, perché fu l’unico giocatore dell’Italia in campo non proveniente dal Torino, nell’amichevole contro la fortissima Ungheria di Puskas, vinta dagli Azzurri per 3-2. 




In quegli anni difficili, tra il faticoso dopoguerra e il dominio del Torino, il numero 1 bianconero vestì i panni del leader di una Juventus in fase di ricostruzione e presto divenne famoso per la sua classica uscita a piedi uniti, al limite del lecito, ma sempre determinante

Come il suo idolo Combi, infatti, anche Sentimenti IV aveva nelle uscite uno dei suoi punti di forza, nonostante un’altezza non proprio da gigante (un metro e sessanta), ma era in possesso anche di un gran senso della posizione, tanto da non sfoggiare mai interventi spettacolari, ma sempre concreti e, apparentemente, semplici

Fu lui stesso, poco prima della sua morte avvenuta nel 2014 a novanta-quattro anni, a raccontare quale fosse stata la sua parata più difficile: «1946, a Torino: Juventus-Bologna. Ha vinto la Juventus per 1 a 0. A un certo momento Gritti, del Bologna, in posizione di ala sinistra, mi fa un tiro violentissimo, io sono piazzato sul palo giusto, ma Parola interviene e mi fa la carambola con la coscia, poveraccio lui ha fatto il possibile per salvarmi. Così io mi trovo improvvisamente sul palo sbagliato, un po’ fuori porta, con la palla che mi va dentro nel “sette” più lontano, alle spalle. Balzo indietro stringendo i denti e chiudendo gli occhi, mi distendo quanto sono lungo, dò la manata e, quando credo d’esser fregato, incontro qualcosa. Dico: sarà un giocatore. Cado a terra, sento un urlo, apro gli occhi e vedo il pallone che è andato in corner: io l’avevo portato via dal “sette”, l’urlo l’avevano fatto per questo».

Lucidio Sentimenti IV difese la porta della Juventus per sei stagioni, raccogliendo 460 presenze e 565 reti al passivo, prima di essere ceduto alla Lazio nel 1949, a ventinove anni. Giocò la sua ultima partita in bianconero il 6 giugno di quello stesso anno, quando la Juventus venne sconfitta 3-0 a Padova. 

A dimostrazione del suo immenso talento, sbarcato a Roma, l’ex numero 1 della Juventus conobbe una seconda giovinezza e riconquistò perfino il posto in Nazionale, con cui giocò il suo ultimo match il 17 maggio del 1953, di nuovo contro l’Ungheria di Puskas. Nell’occasione, il fortissimo attaccante ungherese segnò una doppietta, nel 3-0 con cui i magiari sconfissero l’Italia allenata dal duo Meazza-Beretta e nonostante l’ottima prova di Sentimenti IV che, nella cronaca di Vittorio Pozzo su “La Stampa”, «ha impedito con un paio di belle parate che il punteggio prendesse forma più vistosa ancora a nostro danno». 


Con la Nazionale, Sentimenti IV raccolse 9 presenze e 21 reti al passivo, ma prima ebbe anche il tempo di prendersi una “rivincita” contro la sua amata Juventus

Il 21 febbraio del 1954, i bianconeri ospitarono la Lazio in una partita importante per la squadra allenata da Olivieri, staccata di solo un punto dalla coppia di vertice Fiorentina-Inter. Come raccontò Ettore Berra su “La Stampa”, «al 10’ un calcio di rigore per atterramento di J. Hansen in area da parte di Sentimenti V e Alzani, venne sbagliato da Boniperti. Diciamo sbagliato più che parato perché il tiro lento, rasoterra e proprio dalla parte in cui tendeva a lanciarsi Sentimenti IV non poteva certo richiedere un sovrumano virtuosismo di portiere per essere sventato. Sentimenti IV lo arrestò in tuffo, ricuperò la palla che con una mano sola non aveva potuto agganciare e rispedì lontano». 

La Lazio costrinse, quindi, la Juventus sullo 0-0, un pareggio che si rivelò decisivo per l’assegnazione dello scudetto, visto che, a fine stagione, i bianconeri si piazzarono al secondo posto, staccati di un punto dall’Inter campione. 

Conclusa anche l’avventura con la Lazio, Sentimenti IV chiuse la carriera professionistica, ormai trentanovenne, con la maglia del Vicenza per cui giocò dal 1954 al 1957 e raccolse 82 presenze. Tuttavia, non smise di parare e proseguì prima nel Cenisia in quarta serie (61 presenze tra 1957 e 1959), poi nel Talmone Torino (1959, tre sole presenze) e infine di nuovo nel Cenisia, nella stagione 1959-60 e dove collezionò 13 presenze.


(Marcello Gagliani Caputo)